Magnificenza, care colleghe e colleghi, care amiche e amici, signore e signori,
Non mi è facile esprimere adeguatamente la mia gratitudine per il grande onore, il grande regalo che ricevo oggi con l'attribuzione del dottorato honoris causa di una grande università come la Complutense di Madrid. Posso accoglierlo solo come un regalo, senza false modestie ma con l'oggettiva consapevolezza che, in queste occasioni, protagonista è la generosità del donatore, ben più della gioia di chi riceve il dono. Nella misura in cui quello che ho fatto può meritare, almeno in parte, il vostro riconoscimento, so che ogni risultato raggiunto da ognuno di noi non è mai solo nostro, ma lo dobbiamo a tante persone, a noi vicine ogni giorno nella vita condivisa o anche incontrate solo fuggevolmente, che hanno arricchito la nostra intelligenza e il nostro cuore, ci hanno dato coraggio e allegria, ci hanno aperto orizzonti e fatto scoprire tante cose. Gregorio Magno diceva che molte cose non era riuscito a capirle da solo, ma unicamente mettendosi "di fronte ai miei fratelli"; diceva che si era reso conto che "l'intelligenza gli era concessa per merito loro" e queste parole valgono anche per chi non è un pontefice, né grande né piccolo.
Questo dottorato honoris causa corona la straordinaria, magnanima accoglienza che sin dall'inizio mi ha dimostrato la Spagna, con un'attenzione, comprensione e vicinanza veramente uniche. Mai in nessun luogo mi sono sentito accolto, capito nel mio modo di essere e di scrivere, accettato con fraterna indulgenza come in questo Paese. Quando da ragazzino, quasi bambino, affascinato dalla sonorità della parola "España", leggevo e copiavo su un quaderno da varie enciclopedie le notizie, anche ovvie e banali, sulla Spagna o quando a tredici anni leggevo la traduzione del Cantar de mio Cid o di El gran teatro del mundo o quando mi appassionavo alla polemica di Unamuno con l'espressione "la sempre sventurata Spagna" usata da Croce, non pensavo certo che la ricompensa sarebbe stata così straordinaria.
Ringrazio profondamente l'Università Complutense, in primo luogo attraverso la persona del suo Rettore, La Facoltà di Filologia e il Dipartimento di Filologia Italiana, che hanno voluto darmi questo grande riconoscimento. Ringrazio Fernando Savater, che mi ha onorato con tanta penetrante partecipazione, generosità e vicinanza, anche in tante cose che abbiamo in comune nel modo di vivere e affrontare le sfide, i pericoli e le speranze di questa confusa, inquietante ed esaltante postmodernità che ci è stata data come epoca e destino della nostra esistenza. Più volte le nostre strade e i nostri pensieri si sono idealmente incontrati e incrociati in questo cammino che sento analogo.
Rivolgo un grazie particolare a Manuel Gil Esteve, che so essere stato il proponente del grande onore che mi viene oggi attribuito e che devo in buona parte a lui, anche per l'attenzione critica che mi ha dedicato così generosamente in tante occasioni, dal seminario dedicatomi parecchi anni fa in questa università al corso dell'altro anno all'Escorial a tanti altri momenti, contribuendo a farmi conoscere ed amare dai lettori spagnoli. Ma dovrei ringraziare pure altri amici e amiche -alcuni li vedo in questa sala- che con i loro scritti, con la loro amicizia, con la loro affinità elettiva, hanno tanto contribuito, da molti anni, a farmi sentire così a casa in questo paese e ad essere accolto come un fratello. A tutti questi miei compagni di cammino su quella ruta de Don Quijote che è la strada della vita ripeto le parole di Gregorio Magno. Grazie.
"Allà se lo haya cada uno con su pecado. No es bien que los hombres honrados sean verdugos de los otros hombres." Se la sbrighi ciascuno col suo peccato -dice don Chisciotte vedendo la fila dei galeotti in catene; non è bene che gli uomini onesti si facciano carnefici di altri uomini. Sotto i più diversi cieli e nelle più diverse epoche, la letteratura sembra pervasa da un rifiuto del diritto e della legge, che essa respinge spesso confondendo e identificando i due termini e le realtà diverse che sottendono. Novalis, il romantico tedesco che si propone di poetizzare ossia di riscattare poeticamente il Tutto, scrive in uno dei suoi frammenti: "Io sono un uomo completamente illegale; non ho il senso né il bisogno del diritto".
Un'antologia di affermazioni analoghe sarebbe fin troppo ampia. Questo atteggiamento della poesia -intesa nel senso più ampio di creazione artistica d'ogni genere- dinanzi al diritto non è riducibile a una rivolta della fantasìa, libera e anarchica, alle regole e alla logica dei codici. Ogni artista degno di questo nome ha sempre saputo che non c'è regola più ferrea di quella che presiede alla creazione artistica, la quale -anche e forse soprattutto quando canta passioni selvagge e ribelli- impone le sue inesorabili leggi allo stesso suo artefice, magari suo malgrado. Quello che sta personalmente a cuore al signor Proust può essere talvolta, a sua insaputa e con suo rammarico, inaccettabile per il Narratore della Recherche, che lo esclude. In questo senso, ogni opera d'arte è intimamente affine a una precisa legge, i cui articoli e codicilli non ammettono l'ingerenza della pappa del cuore.
L'avversione della poesia al diritto ha verosimilmente un'altra ragione profonda. La legge instaura il suo impero e rivela la sua necessità là dove c'è o è possibile un conflitto; il regno del diritto e la realtà dei conflitti e della necessità di mediarli. I rapporti puramente umani non hanno bisogno del diritto, lo ignorano; l'amicizia, l'amore, la contemplazione del cielo stellato non richiedono codici, giudici, avvocati o prigioni -che diventano d'improvviso invece necessari quando amore o amicizia si tramutano in sopraffazione e violenza, quando qualcuno impedisce con la forza a un altro di contemplare il cielo stellato.
II diritto appare dunque legato alla barbarie del conflitto; necessario, ma come lo è un'amputazione in una malattia o una difesa armata da un attacco armato. Nella poesia -anche la più sofisticata e trasgressiva- c'è quasi sempre, evidente o nascosto, il sogno -nostalgia rivolta al passato o profezia proiettata nel futuro- dell'età dell'oro, dell'innocenza di ogni pulsione, del lupo e dell'agnello che si abbeverano amichevolmente alla stessa fonte. Questa redenzione poetica di ogni pulsione, che Novalis e forse anche Rimbaud ritenevano possibile, tinge del proprio colore di flore azzurro perfino certi movimenti rivoluzionari protesi a creare politicamente ed esistenzialmente l'uomo nuovo; durante la Comune di Parigi, i comunardi sparavano agli orologi per simboleggiare la fine del tempo storico e giuridico dell'ingiustizia e l'avvento di un tempo nuovo, messianico. La rivoluzione come orgasmo, predicata nel Sessantotto, è l'ennesima, stantia ripetizione di questo sogno di abolire la legge, legata all'esistenza di rapporti di violenza. "II dominio del diritto -dice un altro frammento di Novalis, angelico precursore delle assemblee pulsionali- cesserà insieme con la barbarie."
II rifiuto della legge avvicina la poesia alla fede. Nessuno ha messo sotto accusa la legge come San Paolo e la teologia, specie protestante, che deriva da lui. "La legge provoca la collera di Dio", sta scritto nella Lettera ai Romani; è essa che fa prendere vita al peccato e lo fa sovrabbondare, si dice ancora, e Lutero incalza: "Prima ero libero e andavo nella notte senza lanterna; ora, dopo la legge, ho una coscienza e prendo una lanterna nella notte. Dunque la legge di Dio non è nulla, se non l'inizio della cattiva coscienza." La risposta dell'uomo religioso all'orrore della legge è il salto nella grazia, l'abbandono alla fede, che salva aldilà del giudizio perché non si basa sull'esame delle azioni, meritorie o delittuose, bensì sull'unione totale in Dio, indipendentemente da ogni valutazione morale: "Abramo si salva", scrive Karl Barth, non per quello che fa bensì perché "crede in colui che dichiara giusto l'empio." Come insegnano Dostoevskij o Singer, c'è un nesso strettissimo fra mistica e trasgressione.
Nella letteratura tale violenza religiosa si laicizza, conservando tuttavia la propria radicalità: all'abbandono in Dio si sostituisce spesso l'abbandono alla totalità della vita, l'armonia col suo fluire aldilà del bene e del male. Per Kafka, la legge pone l'individuo fuori dalla vita -fuori del territorio dell'amore, scrive all'arnica Milena. In virtu della legge, "la tenebra nella quale siamo -per citare ancora Barth- diventa tormento perché vi sono occhi capaci di vedere" ovvero l'uomo assume consapevolezza del buio e del male. Ma questa consapevolezza lo induce a un peccato secondo Kafka ancora più grave ossia a pretendere di non mescolarsi al buio e all'impuro della vita, di essere puro, orgogliosamente scevro di ogni colpa e della stessa colpa di vivere. Tale superba pretesa di non essere sporcato dal fango della vita è la sua colpa, che lo estrania agli uomini e lo condanna a restare sempre davanti alle porte della legge, come nella famosa parabola, a non entrare nella vita, a "difendersi sino alla fine", come dice nel Processo Josef K., colpevole proprio per tale ossessione di difesa legalistica.
Con questa ansia di perfetta innocenza e purezza è impossibile non violare alcun codicillo: "sempre si trasgredisce la legge", dice Fischerle nell'Auto da fe di Canetti. Se mi è permessa un'autocitazione, anche nel mio dramma La mostra (La exposición), il mio Timmel dice, nel suo delirio: "La colpa era là, la colpa è all'inizio, prima di tutto -fare è innocente, essere è colpa [...] il baratro della legge- ghe sono cascà drento, casco ancora, caduta senza fine e senza fondo, la vita è legge, pegola che no son nato morto" (La culpa estaba allì, la culpa esté en el comienzo, antes de todo..., hacer es inocente, ser es culpa... [...] el abismo de la ley..., caì dentro, sigo cayendo, caìda sin fin y sin fondo, la vida es ley, es una desgracia que no naciera muerto). In Michael Kolhaas -il piu grande racconto che sia mai stato scritto sulla lettera e lo spirito della legge, la sua violazione e la sete di giustizia- Kleist mostra la tragica violenza immanente alla sacrosanta esigenza di ottenere e farsi giustizia.
La poesia -come la vita, come l'amore- vorrebbe la grazia, non la legge; essa racconta l'esistenza piuttosto che giudicarla, come nel detto evangelico: "Nolite judicare". In realtà l'arte giudica, ma calando il giudizio nel racconto, senza condannare né emettere verdetti, ma mostrando concretamente cosa significhino, calati e fusi nel vissuto, il bene e il male. Joseph Conrad non predica, ma in Lord Jim fa toccare con mano cosa voglia dire, non nell'astratta moralità ma nella concretezza carnale della vita, obbedire a una morale o violarla, essere leali o traditori, restare al proprio posto o disertare abbandonando gli altri a un tragico e ingiusto destino.
La letteratura -che deve obbedire alla sua natura irresponsabile e scevra di doveri morali e obbedienza a codici- rivela così la sua profonda e contraddittoria essenza morale; nemica della legge astratta e disincarnata, essa e un'incarnazione della legge. I fondatori di religioni e i creatori di etica hanno bisogno della letteratura; raccontano parabole, in cui un'astratta verità morale, che altrimenti morirebbe subito di inedia, diviene vita concreta, epico racconto della vita. II commento alla Legge per eccellenza, la Thorà, diviene la grande narrazione talmudica. Questa epicità, che è inizialmente accettazione dell'esistenza intera aldilà del bene e del male, contiene il giudizio, pure il castigo che deve seguire il delitto; Raskolnikov accetta intimamente -pur giustamente convinto dell'irripetibile diversità del suo cuore, irriducibile a ogni comma giuridico- la pena e la Siberia.
Sin dalle origini fondanti della nostra civiltà, al diritto codifìcato ossia alla legge viene contrapposta l'unìversalità di valori umani che nessuna norma positiva può negare: all'iniqua legge dello Stato promulgata da Creonte, che nega universali sentimenti e valori umani, Antigone contrappone le "non scritte leggi degli dèi", i comandamenti e i principi assoluti che nessuna autorità può violare. II capolavoro di Sofocle e una tragica espressione del conflitto tra l'umano e la legge, che è pure conflitto tra il diritto e la legge.
II decreto iniquo di Creonte è una legge positiva, con un suo contenuto specifico. Ad essa Antigone contrappone un diritto non codificato, potremmo dire consuetudinario, tramandato dalla pietas e dall'auctoritas della tradizione, che si presenta quale depositario stesso dell'universale, un diritto al di sopra della legge positiva. In questo caso, esso corrisponde a imperativi categorici assoluti; Antigone è il simbolo intramontabile della resistenza alle leggi ingiuste, alla tirannide, al male: veneriamo come eroi e martiri i fratelli Scholl o il teologo Bonhoeffer che, come Antigone, si sono ribellati alla legge di uno Stato -quello nazista- che calpestava l'umanità, sacrificando in questa ribellione la loro vita.
Ma Antigone è una tragedia ossia non è solo una nìtida contrapposizione di pura innocenza e truce colpa, ma è un conflitto nel quale non è possibile assumere una posizione che non comporti inevitabilmente, per tutti i contendenti, anche i più nobili, pure una colpa. Sofocle, genialmente, non raffigura Creonte quale un mostruoso tiranno; questi non è un Hitler, ma è un governante le cui responsabilità di governo, di tutela della città, possono chiedere di tener contó -in nome dell'etica della responsabilità, per citare Max Weber- delle conseguenze, sulla vita di tutti, di una disobbedienza alle leggi positive e di un possibile caos che ne segua.
A seconda della costellazione storico-sociale, la libertà e la democrazia si difendono appellandosi al diritto non scritto, depositario di tutta una tradizione culturale, o alla legge positiva. Durante la Repubblica di Weimar, i democratici si appellavano alle leggi positive che punivano le dilaganti violenze antisemite, mentre giuristi e intellettuali filonazisti sostenevano che quelle leggi non corrispondevano al radicato sentire del popolo tedesco e dunque al suo diritto profondo ed erano perciò astratte; durante il nazismo, ad appellarsi alle "non scritte leggi degli dèi", contro le positive leggi razziali e liberticide del regime, erano gli oppositori del nazismo.
Le "non scritte leggi degli dèi" di Antigone sono certo ben di più di un antico diritto tramandato; si presentano non quali elementi storici, bensì quali assoluti, come i due postulati dell'etica kantiana, il Sermone della Montagna o la predica di Benares. Analogamente, nell'Ifigenia in Tauride di Goethe -l'avvocato Goethe- Ifigenia, figura di purissima umanità, obbedisce pure leì a un "comandamento più antico" della barbarica legge positiva che richiede azioni inumane. Nella pietas di Antigone, che seppellisce il fratello violando la legge che lo vieta, Hegel vede non solo un comandamento universale, ma anche un arcaico culto tribale dalla famiglia e dei sotterranei, inferi legami di sangue che lo Stato deve sottomettere alla chiarità delle leggi uguali per tutti.
Ifigenia si oppone ai sacrifici umani perché, dice, un Dio, un valore universale parla così al suo cuore -ma, quando ciò accade, come è possibile sapere se a parlare è un Dio universale o un ìdolo degli oscuri grovigli interiori, che fanno scambiare un retaggio atavico per l'universale?
La legge è tragica, perché -come quella religiosa in San Paolo- mette in moto meccanismi che possono essere necessari e rappresentare un correttivo al male, ma sono sempre un male minore e mai un bene. Fra il bene e il diritto si apre spesso un baratro: nell'Ebrea di Toledo di Grillparzer, i nobili spagnoli che per la ragion di Stato hanno soppresso la bellissima amante che rendeva ignavo il re Alfonso di Castiglia non si pentono del delitto commesso, però si sentono e dichiarano colpevoli, peccatori e pronti ad espiare; hanno agito -dicono- volendo il bene, ma non il diritto.
Legge e diritto sanciscono dunque questo peccato originale, questa impossibilità dell'innocenza dell'esistere. Ed è questo che, pur contrapponendo poesia e diritto, anche li avvicina, perché -scrive Salvatore Satta nel Giorno del Giudizio- "il diritto è terribile come la vita" e la letteratura, chiamata a raccontare la nuda verità della vita senza remore moralistiche, non può non avvertire una pericolosa vicinanza a quella terribilità e a quella malinconia. Pure la poesia è figlia ed espressione del mondo caduto -della barbarie, direbbe Novalis- anche se, a differenza del diritto, conservatore per sua natura (i giuristi sono reazionari, diceva Lenin), la poesia non è soltanto viaggio nelle tenebre, ma talvolta pure attesa o anticipazione dell'aurora, di riconquistata innocenza non più bisognosa della legge. Come rivela la Storia della Colonna Infame di Manzoni, la letteratura è peraltro pure avvocato della vita contro la persecutoria violenza giustizialista che spesso si commette ingiustamente contro accusati privi di garanzie di difesa.
È soprattutto in Germania che si è verificata, specialmente in età romàntica, una singolare alleanza, quasi una simbiosi tra poesia e diritto -inteso quale diritto consuetudinario e non quale lex positiva. I fratelli Grimm, grandi filologi e letterati, erano giuristi. Raccogliendo le loro celebri fiabe, intendevano salvare il grande patrimonio del "buon vecchio diritto" ossia delle consuetudini, tradizioni, usi locali del popolo tedesco nella sua coralità; patrimonio che nei secoli era stato conservato nella letteratura popolare. Nella stessa epoca scoppia in Germania un'interessantissima polemica giuridica fra Thibaut, che propugna per la Germania, sul modello napoleonico, un codice civile unitario e unificante -atto a rendere tutti i cittadini uguali davanti alla legge e a spazzare via i privilegi feudali- e Savigny, che vuole invece difendere la varietà, le diversità locali, le differenze e disuguaglianze dell'antico diritto comune consuetudinario, espressione del Sacro Romano Impero, vedendo invece nel codice unico uno strumento di livellamento autoritario.
Naturalmente, a seconda delle circostanze, e l'una o l'altra delle posizioni a difendere concretamente la libertà degli uomini: il modello unificante potrà essere appiattimento tirannico staliniano delle diversità o tutela democratica dei diritti di tutti gli uomini, come la sentenza che più di quarant'anni fa impose a un'università del Sud degli Stati Uniti di accogliere uno studente nero, facendo giustamente violenza alla diversità della cultura bianca e del suo razzismo stratificato nei secoli. Anche Lope de Vega col suo El mejor alcalde el rey mostra il carattere progressivo di una ragione centrale, che tutela la giustizia spezzando il potere particolaristico feudale, la prepotenza dei don Tello. Oggi in Europa, politicamente, il pericolo è rappresentato dalla febbre identitaria e centrifuga dei micronazionalismi regionalistici e particolaristici.
In quegli anni romantici tedeschi la polemica fra Thibaut e Savigny influenza profondamente la letteratura. Heine inizia quale cantore del diritto consuetudinario, delle sue peculiarità e della sua organicità deposìtate nei secoli e riecheggianti nel Volkslied, nel canto popolare. Più tardi, egli si accorge che quella consuetudine divenuta diritto è un aspetto della deutsche Misère, dell'arretratezza tedesca e dell'iniqua separazione fra i corpi sociali; come ha visto Maria Carolina Foi, egli diventerà, anche quale poeta, paladino di Napoleone e del codice napoleonico, vedendo nella sua azione unificante la creazione di una nuova, moderna totalità epica. Anche il teatro di Schiller, nella sua rappresentazione dei dilemmi della liberta, è poeticamente permeato di problematica giuridica.
Nella cultura tedesca, l'affinità fra diritto e letteratura si trasforma in pochi anni da armonioso idillio a comune lacerazione. La rivoluzione che investe -a partire dal fin de siècle, ma con dei preludi già in età romantica- la letteratura moderna e contemporanea, sconvolgendo radicalmente forme strutture e valori, distrugge anzitutto l'idea di totalità e di centralità e di ogni compatta unità, sia dell'Io sia del mondo; priva la realtà -e la sua rappresentazione- di un centro, fa di ogni individuo un uomo senza qualità ossia un insieme di qualità prive di un centro unificatore e organizzatore. A questa eclissi di un valore centrale e di un soggetto capace di costruire una gerarchia armoniosa del reale corrisponde in sede giuridica, ha scritto Natalino Irti, l'eclissi del codice unitario, sopraffatto da una centrifuga selva di leggi particolari avulse da ogni totalità: anch'esse una mera "anarchia di atomi"; come Nietzsche (e con lui Musil, ma prima di lui già Bourget) defìniva quello che un tempo era Sua Maestà l'Io.
Ed è lo stesso Nietzsche che -nell'aforisma 449 di Umano, troppo umano, analizzato sotto questo profìlo da Irti- constata che "il diritto non e più tradizione" e dunque, vista la sua necessità alla vita sociale, "può e deve essere solo imposto", cogente e arbitrario, non fondato su nulla. Già Foscolo, nella sua orazione all'Università di Pavìa nel 1809, Sull'origine e i limiti della giustizia, aveva malinconicamente constatato l'impossibilità di un criterio normativo superiore ai fatti. Nell'età contemporanea ogni fondamento, secondo Nietzsche, si è dissolto; il diritto si è sciolto da ogni tradizione fondante, religiosa o culturale, e poggia sul nulla, come l'arte, la filosofìa, l'uomo stesso. È un diritto che non reclama né verità né sapienza né giustizia e produce leggi giustificate solo dalla forza che costringe a inchinarsi ad esse. II diritto condivide con ogni altra cosa il nichilismo, divenuto essenza e destino dell'Occidente; la norma poggia sul nulla come la lirica del grande Gottfried Benn, "parole per affascinare, strofe su catastrofi".
Nonostante tutto questo, il sentire comune contrappone volentieri la passione della poesia alla razionalità non tanto del diritto, quanto della legge. È soprattutto il formalismo di quest'ultima ad apparire cavilloso, arido, negatore della calda umanità. Ma Shakespeare, nel Mercante di Venezia, ci mostra genialmente come l'umanità, la giustizia, la passione, la vita, vengano salvate, da Porzia travestita da sottilissimo e capzioso avvocato, grazie al formalismo giuridico più sofistico, che autorizza sì Shylock a prendere una libbra di carne dal corpo di Antonio, ma senza versare neanche una goccia di sangue. Non è il caldo appello all'umanità, ai sentimenti, alla giustizia a salvare la vita di Antonio, bensì il freddo richiamo avvocatesco alla lettera formale della legge. Questa freddezza logica salva i valori caldi: non solo la vita di Antonio, ma anche l'amicizia di Antonio e Bassanio e soprattutto l'amore di Porzia e Bassanio, prima turbato dall'angoscia di quest'ultimo per la sorte dell'amico: "Voi non giacerete accanto a Porzia con l'animo inquieto", dice la donna all'amato, decidendo allora di liberarlo da quell'inquietudine che offusca l'eros e di salvare dunque, con i cavilli legali, Antonio.
Tanta letteratura ha guardato con astio al diritto, considerandolo arido e prosaico rispetto alla poesia e alla morale. Democrazia, logica e diritto sono spesso disprezzati dai retori vitalisti quali valori "freddi" in nome dei valori "caldi" del sentimento. Ma quei valori freddi sono necessari per stabilire le regole e le garanzie di tutela del cittadino, senza le quali gli individui non sarebbero liberi e non potrebbero vivere la loro "calda vita", come la chiamava Saba. Sono i valori freddi -l'esercizio del voto, le formali garanzie giuridiche, l'osservanza delle leggi e delle regole, i principi logici- a permettere agli uomini in carne ed ossa di coltivare personalmente i propri valori e sentimenti caldi, gli affetti, l'amore, l'amicizia, le passioni e le predilezioni d'ogni genere.
A differenza di chi declama le profonde ragioni del cuore pensando in realtà che esista solo il suo cuore, la legge parte da una conoscenza più profonda del cuore umano, perché sa che esistono tanti cuori, ognuno con i suoi insondabili misteri e le sue appassionate tenebre, e che proprio per questo solo delle norme precise, che tutelano ognuno, permettono al singolo individuo di vivere la sua irripetibile vita, di coltivare i suoi dèi e i suoi demoni, senza essere impedito né oppresso dalla violenza di altri individui, come luì preda di inestricabili complicazioni del cuore, ma più forti di luì, come i galeotti liberati di don Chisciotte sono più forti di lui e lo malmenano brutalmente. Certo, nessuna norma generale può capire -e dunque veramente giudicare- i sentimenti, le pulsioni, le contraddizioni che sono alla base di ogni gesto criminoso, anche il più efferato e bestiale. La ragione non conosce a fondo le ragioni del cuore che spingono il torturatore del Lager a straziare le sue vittime, ma semplicemente sa che pure quelle vittime hanno un cuore che ha diritto di vivere e dunque che è necessario impedire e punire, con una norma generale, il gesto di quel torturatore.
La ragione e la legge hanno spesso più fantasia del cuore, capace solo di sentire le proprie inestricabili complicazioni e incapace di immaginare che esistano pure quelle altrui. II cuore, diceva Manzoni, sa assai poco, appena un po' di ció che gli è stato raccontato; spesso è tutta una gran confusione, scrive Stefano Jacomuzzi. Qualifìcare l'omicidio o il furto come reati non basta per capire i diversi motivi per i quali diverse persone li compiono, ma chi si appella a ineffabili motivazioni dell'animo per sfuocare la gravità di quei reati capisce ancor meno le persone che li commettono. II legislatore che punisce la corruzione negli appalti pubblici è un artista che sa immaginare la realtà, perché in quella corruzione vede non l'astratta violazione di una norma, ma, ad esempio, le cattive attrezzature di cui -causa quella corruzione- viene dotato un ospedale, in luogo di quelle effìcaci che esso avrebbe avuto grazie a un'asta corretta: dietro quel reato ci sono dunque malati curati peggio, individui concreti che soffrono. Gli antichi, che avevano capito quasi tutto, sapevano che ci può essere poesia nel legiferare; non a caso molti miti dicono che i poeti sono stati anche i primi legislatori.
Magnífico y excelentísimo Sr. Rector. Compañeros Claustrales. Señoras y señores. Amigos,
Cuando mi Rector me llamó para decirme que quería que interviniera en la Sesión de Investidura como miembro de este Claustro durante más de cuarenta años, decidí tomar las notas que en su día preparé para mi propuesta y que fueron innecesarias porque el Consejo de Gobierno, en sesión memorable, aprobó la propuesta en unánime aclamación. No podía ser de otra manera. Sólo anoche, en el silencio de la reflexión, añadí las líneas que cerrarán mi intervención.
La idea de proponer a Claudio Magris como Doctor Honoris Causa comenzó exactamente un 4 de julio, de 1994, en El Escorial. Allí, en un Encuentro coordinado por la ensayista y traductora Mercedes Monmany, que dirigía el propio Magris: "A través del Danubio", estuvimos Francois Feitö (Historiador y ensayista), Predrag Matvejevic, (Escritor. Profesor de la Universida de la Sorbona), Predag Dojcinovic (Poeta y ensayista), Ángel Crespo (Poeta, Ensayista, Traductor y Catedrático), Paolo Rumiz (escritor y periodista) y yo, a quien se encargó presentar a Claudio en nombre de nuestra Universidad. Yo no conocía personalmente a Claudio Magris, como tampoco a Mercedes Monmany. Las circunstancias me llevaron no sólo a hacer una primera aproximación a la obra del autor sino a leer la intervención que nos había enviado, (¿recuerdas, Mercedes?), "El Danubio, una forma literaria". Nació una intensa colaboración y amistad. Amistad que ha ido aumentando al hilo de muchos años de trabajo juntos, de encuentros, de intercambios a veces hasta altas horas de la madrugada, en jornadas que, en ocasiones habían comenzado a las 9 de la mañana, e incluso antes, con el desayuno.
Así iniciamos juntos un gran viaje por este país.
También así se fue fraguando la idea hasta que el 21 de enero de 2005, a las 13,50 presenté mi propuesta de concesión del Doctorado Honoris Causa, poco después de comunicárselo a la Decana de la Facultad.
En esos días, había hablado con nuestro Rector para decirle que le había pedido permiso al autor para presentar la propuesta. El Prof. Berzosa me dijo que sería un honor para nuestra Universidad contarle entre nuestros Doctores Honoris Causa. Así se lo comuniqué a Magris, porque a ello me autorizó el Rector.
Quería un Doctorado para el Magris escritor, para el Magris escritor en lengua italiana, para el Magris que, con su lengua estaba llevando a su país -y digo así, autoridades italianas- a la cima del prestigio y reconocimiento.
Pero también proponía su Doctorado porque quería que el Departamento de Filología Italiana de la Complutense tuviera por primera vez un Doctor Honoris Causa, co. ntribuyendo al mismo tiempo a que la comunidad conociera a los muchos colegas del campo de la filología italiana que, en este país, han trabajado y participado en actos de difusión de la obra del autor que nos ocupa. Pude escoger otro camino. No quise, lo sabe mi Rector.
Y aunque nuestro autor encarne "en su escritura la mejor tradición humanista y represente la imagen plural de la literatura europea al comienzo del siglo XXI (en) una Europa diversa y sin fronteras, solidaria y dispuesta al diálogo de culturas. (Y nos presente) en sus libros, con poderosa voz narrativa, espacios que componen un territorio de libertad, y en ellos se configure un anhelo: el de la unidad europea en su diversidad histórica", no era éste el motivo de la propuesta porque, gracias a ello, ya era, con todo merecimiento, Premio Príncipe de Asturias de las Letras.
Pero mi idea no había nacido en un momento. Desde aquel 4 de julio, muchos compañeros nos habíamos ido viendo con él a lo largo y ancho de nuestro país: en Madrid, en el Círculo de Bellas Artes dirigido por Cesar Antonio de Molina, que en su día le otorgó la Madalla de Oro; y con la Tesis Doctoral presentada por Yvonne Aversa, dirigida por mi, sobre la obra de nuestro Doctor, que fue seguida de una intensa y lúcida Mesa Redonda a la que asistió el propio Magris, en nuestra Facultad de Filología; y en Muria, en la sede de la Dante Alighieri, en unas jornadas sobre el Universo Literario de Claudio Magris; y en Santiago de Compostela, donde abrimos un ciclo titulado "Costruíndo Europa" creado por la Universidad. Y 21 años después, en El Escorial así compañeros como Isabel González, Fausto Díaz Padilla, Joaquín Espinosa, Predrag Matjevic, Alvaro de la Rica, Lene Waage Petersen, Ernestina Pellegrini, Pedro Luis Ladrón de Guevara, Darío Villanueva, Julia Benavent, Cristina Marchisio fuimos formando un círculo cada vez más amplio y diverso. Y, por fin, de nuevo, el extraordianario Seminario de sol a luna, sobre "Claudio Magris y Europa" impartido por el propio Magris, con Yvonne Aversa, Francisco Javier Fdez. Vallina, Manuel Gil Rovira, Ladrón de Guevara, Isabel González, Irene Romera, Franco Mimmi, Josto Maffeo, Mercedes Monmany, con la estupenda lectura dramatizada de Pepe Martín, en gozosas y densas sesiones que se prolongaban día a día hasta las 2 y las 3 de la madrugada y en las que, como Director, tuve la suerte de contar con el entusiasmo, interés y apoyo desinteresado de Juan Ferrera y la precisión exquisita de la colaboración de Juan Carlos Merello, junto a la eficacia y profesionalidad de Antonia Cortés y de Nacho.
No les voy a contar aquí todos los temas, todas las aportaciones, todos los intercambios que tuvimos, pero sí les quiero decir que no he sido yo sólo el que ha propuesto el Doctorado Honoris Causa de Claudio Magris, que se ha gestado precisamente por el esfuerzo de todos nosotros, la mayoría compañeros del campo de la Filología Italiana, otros estudiosos y lectores de su obra; todos trabajadores incansables y gozosos en el campo de la cultura italiana; han sido ellos los que me han llevado a hacer la propuesta, con la seguridad de que teníamos muchos doctores conocedores y difusores de la obra de Magris, que venían trabajando con fuerza en Santiago, en Valencia, en Salamanca, en Castilla La Mancha... Hemos sido todos, en el día a día, los que hemos hecho la propuesta. Yo, aquí, la voz. No la frontera.
Sí, las fronteras como protagonistas. FRONTERAS REALES y FRONTERAS FICTICIAS, que los hombres, como en un juego, han trasladado, a lo largo de la historia, anulado, inventado; pueblos que se han encontrado con que son italianos, croatas, eslovenos, austriacos, yugoslavos.
Queríamos que fuera Doctor de nuestra Universidad porque es autor de una prosa italiana elegantísima, que tiene el don de ser preciosa sin perder levedad. Que, con esa prosa, sabe entrar en la profundidad de las cosas y los seres sin olvidar la fascinación de la superficie, una obra en la que "la corrección de la lengua es la presencia de la claridad moral y de la honestidad. Porque muchas sinvergonzonerías y prevaricaciones violentas (estoy leyendo a Magris) nacen cuando se chapucea la gramática y la sintaxis y se pone el sujeto en acusativo y el complemento directo en nominativo, engarbullando las cartas y cambiando los papeles entre víctimas y culpables, alterando el orden de las cosas y atribuyendo eventos a causas o a promotores distintos de los reales, aboliendo distinciones y jerarquías en el embrollo hacinado de conceptos y sentimientos, deformando la verdad."
Porque el hombre de Magris camina olvidándose de ser un DIOS inmortal pero consciente de que vale la pena emplear coraje, fidelidad y dedicación a un valor que le una a los otros seres humanos y al mundo entero. El río corre hacia el mar y las sirenas cantan lejanas.
Queremos a Magris Doctor nuestro porque la escritura para Claudio Magris aparece como un cruce continuo de fronteras: las de los recuerdos, las de la vida misma, la de la ciudad frontera por antonomasia -Trieste- en ir y venir continuo, las de las personas, las de la vida y la muerte. Porque la frontera en él es lábil, porque cada límite o cada forma, cada frontera, siempre pueden desaparecer, o resurgir. Porque por eso le gusta escribir en los cafés o en los trenes, lugares en donde no existen fronteras, donde no piden referencias ni pasaportes.
Y así, en su escritura, la frontera se da en dos sentidos a la vez: límite entre las ilusiones y la realidad, lo que nos permite defendernos de las ilusiones y aceptar la realidad de forma no pasiva y, a la par, confín hecho a la medida del Yo, confín que lleva al Yo no dispersarse en miles de formas inconscientes, es decir, que le permite mantener su unidad.
Y de este modo, precisamente por ello, Magris es un viajero imparable, lógico y racional, uno que viaja sólo con lo imprescindible. Y yo, como lector, también lo soy: mediante su escritura cruzo mares, ríos, fronteras de mi yo y de los países, pero con la lectura de la obra de Magris no corro el riesgo de perderme, de no saber cómo y dónde volver.
Así nos descubre que hay ciudades de frontera ejemplo de no-frontera, porque son ejemplo viviente de convivencia multiétnica. Y así también he descubierto que hay ciudades de frontera que han llevado adelante la voluntad de superar, de anular, TODA ESTÚPIDA FRONTERA.
Y el mar: uno de los temas fundamentales de la poética magrisiana : "algo grande en el que todo se contiene y que siempre sabe lo que es necesario hacer". El mar por el que pasan los mascarones de proa, abriendo paso a los argonautas, hermosos rostros con los ojos siempre abiertos con la mirada atónita, que sabe escrutar "algo que está vedado a los marineros y les sería fatal saber". El mar del gran abandono, el mar "di cui siamo fatti". El mar paisaje de una parte importante de la existencia de Magris, "que restituye el sentido de la vida como unidad". El mar, símbolo de la continuidad épica de la existencia.
De este modo, comprendes que Magris ha convertido en expresión literaria la afirmación musiliana de que "el yo es un delirio de los muchos". Y piensas que, probablemente, te encuentras ante la misma función del llanto reparador de Los sepulcros de Fóscolo, ese llanto desconsolado de Júpiter (o de Zeus, como queráis) ante la ineluctable pérdida de Electra: "E ne gemea / l'Olimpo; e l'inmortal capo accennando / piovea dai crin ambrosia su la Ninfa / e fe' sacro quel corpo e la sua tomba".
Y si ello no fuera suficiente, quería su Doctorado Honoris Causa porque escribe a mano:
"Para mí escribir con el ordenador es innatural. Yo uso todavía la pluma. La pluma sigue el curso del pensamiento, que se desliza físicamente a través e la mano con armonía propia. Pulsar sobre las teclas del ordenador, por el contrario, es como pensar una palabra cada vez; para mí es como hablar en inglés, en lugar de hacerlo en italiano, alemán o francés, lenguas en las que mi pensamiento discurre sin pensar en lo que diré dentro de un momento",Dr. Claudio Magris llegas a un Claustro con grandes maestros que, como tú, han sido y son grandes creadores. Al Claustro de Dámaso Alonso, de Alonso Zamora Vicente, de José Luis Sanpedro. A un Claustro en el que, ahora se cumplen 75 años, desde este mismo lugar, un estudiante, D. José García y García se congratulaba de la incorporación del Dr. Francisco Giner de los Ríos, con quien llegaba a nuestra Universidad la labor de la Institución Libre de Enseñanza.
Llegas en el momento en el que igualmente se cumplen 75 años de que, en este mismo Paraninfo, se escuchara la voz de D. Marcelino Domingo, Ministro de Instrucción Pública y Bellas Artes, diciendo a los Clautrales: "Tiene la Universidad el deber de elevar permanente el nivel y la cultura del país y particularmente la comunicación entre ciencias especiales (de) relacionar la ciencia pura con la ciencia aplicada..." Y volviéndose hacia los estudiantes, les proponía un camino: "Si nosotros, los hombres del presente, convertimos en leyes las ilusiones, preparaos vosotros, los hombres del porvenir, para la alta y austera función de convertir en realidades las leyes."
Ésta, Doctor Magris, es nuestra verdadera Universidad. Bienvenido. Te esperamos pronto.
Gracias, Rector.